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Il 22 luglio si avvicina. E’ la scadenza riportata sulla comunicazione di recesso del rapporto di lavoro inviata il 30 aprile scorso dal curatore fallimentare dell’ex Embraco: il Decreto Sostegni Bis dovrebbe estendere (forse, non è ancora sicuro) la cassa integrazione per i 400 dipendenti dell’azienda per altri 6 mesi, ma nella pratica andrebbe semplicemente a posticipare l’inevitabile e definitivo licenziamento di queste persone.

In queste settimane sembra che tutti abbiano da dire qualcosa su Embraco: i sindacati (ovviamente…), gli intellettuali, i ministri, i candidati di centro-destra e centro-sinistra e anche esponenti del mondo clericale. Parole di conforto e solidarietà verso gli operai, che immaginiamo essere apprezzate da questi, ma che non vanno minimamente ad affrontare le cause di questa situazione. Paura di dire come stanno le cose? Evidentemente sì, perché l’Embraco è destinata a non ripartire mai più e la colpa è esclusivamente dell’Unione Europea.

Unione Europea che prima ha favorito determinate pratiche scorrette da parte dei precedenti proprietari e dopo, in nome dei suoi soliti farneticanti criteri, ha impedito che l’azienda venisse salvata. Noi di Italexit questo lo possiamo dire senza nessun tipo di timore; discorso ben diverso per chi si definisce un fiero europeista: significherebbe ammettere definitivamente che il loro feticcio sovranazionale ha fallito.

MULTINAZIONALI E UNIONE EUROPEA: IL MERCATO DETTA LE REGOLE

La vicenda Embraco rappresenta una di quelle situazioni che i media hanno a lungo cercato di ridurre a piccola querelle locale (il solito “Azienda in crisi, operai in cassa integrazione“) mentre in realtà mette in evidenza il marcio di questo sistema economico e politico.

Tutto inizia tra la fine del 2017 e l’inizio del 2018, quando Embraco avvia una progressiva riduzione dei volumi produttivi per poi optare per il licenziamento collettivo di quasi 500 lavoratori e la chiusura definitiva dello stabilimento. Embraco però non è la classica PMI italiana schiacciata dalla crisi e abbandonata al suo destino dalle istituzioni: è infatti un colosso brasiliano con 10.000 dipendenti che produce compressori per frigoriferi in buona parte acquistati da Whirlpool (che, al momento della chiusura di Riva di Chieri, ne era anche proprietaria). Nel 2017 Whirlpool ha dichiarato un utile operativo di circa 1 miliardo di dollari a fronte di un fatturato di 21 miliardi: tra le famiglie di prodotti, quella dei frigoriferi (quindi con componenti Embraco) era la più importante avendo generato il 29{20695de890ddb3a03b7d17dabaed14d6114e86a06b67cace3678083f8cc10e51} del fatturato totale.

La scelta di chiudere lo stabilimento non è dunque stata dettata da dissesti finanziari o crolli della domanda ma esclusivamente – come Embraco e Whirlpool non si sono fatti problemi ad ammettere – dalla volontà di delocalizzare la produzione in Slovacchia, dove il costo del lavoro è ⅓ di quello in Piemonte. Questo aspetto rappresenta uno dei più grandi fallimenti dell’Unione Europea: come si può parlare di “comunità economica” e pretendere che gli Stati vigilino sui propri livelli di occupazione se poi le multinazionali possono liberamente spostarsi nei paesi periferici – ma comunque parte dell’UE e dell’Euro – dove con lo stipendio di un operaio italiano pagano lo stipendio a tre operai locali? E’ il paradosso economico in cui l’Italia si è rinchiusa dalla fine degli anni ‘80: il nostro sistema produttivo è infatti tradizionalmente più forte su componentistica e beni intermedi che poi vengono esportati all’estero (Germania, Francia, USA, …) dove vengono trasformati in beni finali. Siamo insomma uno dei grandi “fornitori” del mondo occidentale ma la nostra posizione è continuamente insidiata da quei paesi emergenti che, pur non avendo i nostri stessi standard qualitativi, compensano con un costo della produzione irrisorio.

I “MISTERI” DELLO SVILUPPO ECONOMICO

In tutto questo l’azione governativa è stata semplicemente disastrosa. Basta fare i nomi dei Ministri che hanno seguito la vicenda per rabbrividire: Calenda, Di Maio, Patuanelli, Giorgetti.

Per Calenda i cancelli di Riva di Chieri sono una tardiva folgorazione sulla via di Damasco (lì nacquero i presupposti del suo mea culpa sulle “cazzate del liberismo“), ma in termini concreti la sua azione è stata decisamente deleteria. Il politico romano segue la prima parte delle trattative con Embraco e Whirlpool, poi concluse dal suo successore Di Maio. I due si sono a lungo contesi la paternità del presunto successo, non rendendosi conto che invece l’Italia ne stava uscendo pesantemente sconfitta. Le due aziende abbandonano infatti lo stabilimento senza gravi ripercussioni, lasciando giusto una mancetta per chi sarebbe subentrato: 20 milioni di euro (per un’azienda che fattura 20 miliardi) chiamati “fondi per la riconversione” e affidati alla semi-sconosciuta Ventures, che nell’impianto intende produrre biciclette elettriche, robot per la pulizia di pannelli solari e mattoncini per giochi educativi (sic!). Lo sviluppo del nuovo corso è noto a tutti: il reintegro dei lavoratori e il piano di rilancio non sono mai stati avviati e addirittura si è scoperto che i nuovi manager dirottavano i fondi lasciati da Embraco per spese personali e auto di lusso.

Come ha fatto Whirlpool a cavarsela con così poco? Semplice: per anni ha minacciato di chiudere i suoi 6 stabilimenti in Italia, a partire da quello di Napoli. Indovinate un po’: il salvataggio del sito campano era proprio uno dei cardini del programma di Di Maio nel 2018. Con questa strategia, molto simile ad un ricatto, l’azienda statunitense ha inoltre beneficiato di più di 70 milioni di euro di fondi pubblici per la controllata Embraco (tra cassa integrazione, supporto per la reindustrializzazione e contributi a fondo perduto) erogati dai vari governi dal 2004 al 2017.

Dopo il passaggio di Di Maio agli Esteri, tocca a Patuanelli. Più o meno nello stesso periodo scoppia la questione della Acc in provincia di Belluno. La Acc condivide moltissimo con Embraco: produce compressori per frigoriferi, è un’azienda storica del territorio, è stata comprata da un’azienda straniera e adesso è a rischio chiusura perché i proprietari vogliono delocalizzare. Dopo qualche mese di immobilismo, Patuanelli propone la cosa più sensata di tutte: creare un polo nazionale della componentistica per frigoriferi facendo confluire Embraco e Acc in Italcomp, una nuova società sostenuta in fase iniziale da capitali pubblici.

«Fermi tutti – tuonano da Bruxelles – questa cosa potrebbe violare le norme comunitarie sulla concorrenza e sugli aiuti di Stato!» e in effetti già dal dicembre 2020 il progetto sembra essere sul punto di arenarsi. Passano poche settimane e arriva il KO definitivo: questa volta è l’Austria a mettersi di mezzo, preoccupata dalla possibile concorrenza che dovrebbero subire le aziende austriache operanti nello stesso settore. “Competitività” e “mercato unico”, insomma, vanno bene solo quando è l’Italia a rimetterci, altrimenti le politiche di protezione degli interessi nazionali non sono affatto un problema nella UE.

La strategia dell’Austria, esattamente come quella di Whirlpool, va subdolamente a colpire i punti deboli dell’Italia. E’ tempo di Recovery Plan e di “soldi gratis” dell’Europa (che tali non sono, ma meglio fare finta di non saperlo): all’Austria basterebbe dire in qualsiasi momento che secondo loro l’Italia non sta usando i soldi nel migliore dei modi per bloccare le erogazioni. Meglio non rischiare, dunque, e lasciar stare questo polo industriale a trazione statale.

Infine è il turno di Giorgetti: il leghista “presentabile” nonché l’ispiratore del pareggio di bilancio in Costituzione. Da perfetto soldatino liberista, fa subito marcia indietro sull’intervento pubblico in Italcomp e si mette alla ricerca di fantomatici “partner industriali privati” che ovviamente non arrivano. Nel frattempo, sfruttando il cambio di Governo, le banche precedentemente cooptate per fornire i capitali iniziali fanno sapere di non essere più disponibili.

Il bilancio 2017-2021 non lascia spazio a troppe interpretazioni: al Ministero dello Sviluppo Economico si sono alternate quattro trottole che, prive di una qualsiasi visione, hanno preferito assecondare le richieste dei “pezzi grossi” (prima la Whirlpool, poi l’Unione Europea) anziché tutelare gli interessi dei lavoratori e dell’Italia. In questo sono state seguite in maniera impeccabile – secondo un certo punto di vista – anche dagli amministratori locali e dalle principali sigle sindacali che, nonostante gli appelli e le belle parole, non hanno mai avuto il coraggio di spiegare agli operai come stessero veramente le cose.

E’ grottesco e surreale che il sit-in in Piazza Castello dei lavoratori Embraco sia oggi diventato meta di pellegrinaggio per certi esponenti politici. PD, Lega, Movimento 5 Stelle, Fratelli D’Italia, CGIL, CISL, UIL: tutti hanno qualche legame più o meno diretto con chi ha permesso che venisse a crearsi questa situazione. Cosa potrebbero mai dire a questi operai? Che sono dispiaciuti? Che lavoreranno per “cambiare le cose”? Promesse irrealizzabili – e loro lo sanno benissimo – finché l’Italia sarà vincolata ai diktat europei. L’unica cosa che dovrebbero fare è scusarsi.

Embraco, in definitiva, è l’esempio calzante per rispondere alla domanda «che cosa dobbiamo aspettarci in questa Europa nei prossimi anni?». E’ il dogma irrazionale che si impone sulle necessità reali, il paracadute progettato per non aprirsi.

Embraco è la dimostrazione che possiamo votare i gialli, i verdi, i blu, i fucsia e nessuno di loro avrà mai la capacità, la volontà, la possibilità di cambiare effettivamente le cose finché non ci libereremo da questo cappio. Embraco è la tomba dell’Unione Europea: prima lo capiremo, meglio sarà.

LO STATO TORNI AD ESSERE ELEMENTO ATTIVO NELL’ECONOMIA

«Queste cose succedono solo in Italia!»

Nel solito slancio di auto-razzismo, in larga parte dovuto all’impossibilità di accedere ad un’informazione plurale e trasversale, molte persone sono convinte che storie come quella di Embraco siano un fatto esclusivo dell’Italia. Stesso discorso per quanto riguarda l’intervento dello Stato nella risoluzione di queste problematiche. La verità è che Francia e Germania, i due paesi più industrializzati nell’Unione Europea insieme all’Italia, affrontano regolarmente crisi simili.

Ciò che cambia in maniera radicale sono gli strumenti utilizzati che, nel nostro caso, ci pongono di fronte ad una situazione di netto svantaggio. Facciamo un passo indietro di circa 30 anni: l’Italia, in vista della nascita dell’Unione Europea e dell’adozione dell’Euro, deve rispettare una serie di parametri (i famigerati “parametri di Maastricht”). Tra questi c’è la questione della libera concorrenza e dell’intervento pubblico nell’economia: l’IRI, insomma, deve chiudere. Sull’IRI, negli anni, si è costruita una narrazione a dir poco vergognosa mentre in realtà è l’ente che ci ha salvato in più occasioni quando il mondo occidentale colava a picco e che ci ha permesso di diventare una delle maggiori potenze mondiali.

Dal 1993 al 2002 parte quindi la grande stagione delle privatizzazioni del patrimonio industriale italiano in mano pubblica. Lo stesso avrebbero dovuto fare anche Francia e Germania con i rispettivi enti, giusto? Sì, con la differenza che gli altri due paesi hanno rapidamente trovato un modo per aggirare la direttiva. Oggi in Italia ci ritroviamo quindi con la Cassa Depositi e Prestiti e il suo “braccio armato” Invitalia (presieduta dall’onnipresente Arcuri). CDP è considerata un operatore di mercato a tutti gli effetti (tra l’altro non è neanche di proprietà pubblica al 100{20695de890ddb3a03b7d17dabaed14d6114e86a06b67cace3678083f8cc10e51}) e ogni sua azione è potenzialmente contestabile da Bruxelles. Su Invitalia stendiamo un velo pietoso: la sua attività è evitare fallimenti (quando la situazione è già disperata) andando a supplicare qualche privato affinché questo possa intervenire in cambio di qualche milione di euro di “incentivi”. Ogni tanto il salvataggio funziona, altre volte la nuova proprietà usa quei soldi per comprarsi BMW e Audi di lusso per poi sparire nel nulla (esattamente quanto successo con Ventures, presentati all’opinione pubblica come i “salvatori” dell’Embraco). CDP e Invitalia rispettano però i regolamenti UE e non cercano mai di privilegiare l’interesse nazionale, dunque sia a Roma che a Bruxelles sono tutti contenti.

In Francia invece hanno l’APE (Agence des Participations de l’État, l’Agenzia delle Partecipazioni dello Stato). Fondata in tutta tranquillità nel 2004, è l’ente che gestisce le quote possedute dallo Stato francese all’interno delle aziende strategiche. L’APE non bada troppo alle formalità: quando c’è da intervenire, anche con immissioni di capitale decisamente elevate, non si tira indietro. La differenza sostanziale con l’Italia è che non esiste il concetto di “fondo perduto”, quindi ogni euro dato dalla Francia (tramite l’APE o altre istituzioni di proprietà pubblica, come Bpifrance o CDC) corrisponde ad una quota dell’azionariato della società supportata: è così che lo Stato francese possiede il 15{20695de890ddb3a03b7d17dabaed14d6114e86a06b67cace3678083f8cc10e51} di Renault, il 6.2{20695de890ddb3a03b7d17dabaed14d6114e86a06b67cace3678083f8cc10e51} di Stellantis (era il 12.2{20695de890ddb3a03b7d17dabaed14d6114e86a06b67cace3678083f8cc10e51} di Peugeot prima della fusione con FCA) e quote in decine di altri colossi industriali. L’APE esercita un ruolo di supervisione “dietro le quinte”: i manager possono fare quello che vogliono ma, se per sbaglio intraprendono una strada che potrebbe danneggiare l’interesse nazionale, l’agenzia interviene e blocca tutto. La trattativa per la fusione FCA-Renault di qualche anno fa, ad esempio, è saltata perché la Francia ha ritenuto l’operazione troppo svantaggiosa. Ovviamente nessuna lamentela da parte dell’Unione Europea.

E la Germania? La Germania gioca proprio in un altro campionato. Qui hanno la KfW (Kreditanstalt für Wiederaufbau, l’istituto di Credito per la Ricostruzione), fondata nel 1948 per gestire i fondi del Piano Marshall. La KfW è ufficialmente una banca pubblica, ma nella pratica gode di uno status speciale senza eguali:

  1. è una banca, ma non ha l’obbligo di rispettare le norme europee in tema di attività bancaria
  2. è pubblica, ma le sue attività sono escluse dal calcolo del debito pubblico della Germania

La Germania riesce quindi a supportare, finanziare e salvare le proprie aziende tramite una serie di espedienti contabili e regole ad hoc su cui l’Unione Europea continua a fare finta di nulla. Tramite la KfW la Germania ha messo a disposizione delle imprese tedesche crediti per almeno 550 miliardi di euro nell’ultimo anno; noi invece abbiamo i ministri che girano con il piattino per i corridoi di Bruxelles.

Finché non esisterà la volontà politica di ribellarsi a questi vincoli in nome del “libero mercato comunitario”, l’Italia resterà terra di conquista del capitale straniero: compreranno le nostre eccellenze produttive a prezzi di saldo, sottrarranno il nostro know-how tecnologico e delocalizzeranno gli stabilimenti appena possibile lasciando allo Stato tutti gli oneri sociali che ne conseguono (disoccupazione, cassa integrazione, …). Storie come quella dell’Embraco, della ACC e di decine di altre aziende meno note sono ormai una costante sul territorio italiano: come Italexit vogliamo dire basta a questa spirale pericolosa. La stessa FCA è scappata in Francia senza dover rendere conto a nessuno. Lo Stato italiano, nonostante 250 miliardi di euro di finanziamenti pubblici (diretti e indiretti) dal 1975 in poi, possedeva esattamente lo 0.00{20695de890ddb3a03b7d17dabaed14d6114e86a06b67cace3678083f8cc10e51} del capitale azionario: a che titolo sarebbe potuto intervenire? L’unica cosa certa è che, in caso di chiusura degli stabilimenti italiani, le conseguenze dei licenziamenti – e parliamo di 90.000 dipendenti diretti, più altre decine di migliaia nell’indotto – saranno completamente a carico della collettività.

Dalla questione Embraco possiamo dunque portare a casa alcune lezioni fondamentali per il futuro dell’Italia:

  1. Una Nazione è forte se la sua economia è forte. La storia ci ha insegnato in più occasioni che questa condizione può realizzarsi solo se lo Stato ne diventa uno degli attori protagonisti: non un mero “osservatore” a cui versare un obolo fiscale, ma un “facilitatore” – e se necessario un “decisore” – in grado di tutelare l’interesse collettivo prima ancora dell’interesse particolare.
  2. Nell’Unione Europea esistono Paesi di serie A e Paesi di serie B. A parità di condizioni, Bruxelles permette alla Francia e alla Germania di svincolarsi dalle direttive europee utilizzando enti speciali e artifici contabili.
  3. Sinistra, destra e grillini sono a tutti gli effetti complici di questo meccanismo. Durante la crisi di Embraco, al MISE si sono alternati esponenti dei principali partiti in Italia: tante parole, nessun risultato. Il veto dell’Unione Europea sulla nascita di un polo industriale a trazione pubblica – unica strada percorribile – è stato accettato senza opporre la minima resistenza.
  4. A livello locale le persone, le idee e le alleanze di questi partiti sono le stesse che si affermano a livello di governo centrale. Provare a convincere i torinesi del contrario è un insulto verso la loro intelligenza nonché un disperato tentativo di riottenere una qualsiasi credibilità politica: se Damilano e Lo Russo non sono soddisfatti di come sia stata gestita la vicenda, forse non dovrebbero farsi appoggiare dai vari PD, Lega, Forza Italia.
  5. Il neoliberismo è un treno prossimo a deragliare. Giustificare le delocalizzazioni in nome del profitto privato senza tener conto degli effetti sulla forza lavoro e sul territorio di riferimento è oggi più che mai moralmente, economicamente, razionalmente sbagliato. Qualcuno a Bruxelles sta iniziando ad accorgersene e promette che “le cose cambieranno”, ma questo non potrà compensare in nessun modo gli errori e gli orrori degli ultimi 30 anni.
  6. Il Recovery Fund rende l’Italia ricattabile in qualsiasi momento. Considerata la possibilità, da parte degli altri Stati, di contestare il modo in cui vengono utilizzati i fondi europei, l’Italia dovrà restare in silenzio per i prossimi anni. L’Austria ha sfruttato questo aspetto a gennaio per far prevalere le proprie ragioni; altri paesi come Olanda, Lussemburgo e Irlanda potrebbero fare lo stesso nel momento in cui l’Italia iniziasse la più che necessaria lotta contro le pratiche di dumping fiscale all’interno dell’UE.
  7. E’ necessario ristabilire la funzione sociale del credito. Alla prima occasione utile (il passaggio dal Conte II al governo Draghi), le banche che avrebbero dovuto supportare la nascita di Italcomp si sono dileguate. Un sistema bancario che non si espone nelle questioni produttive del Paese, soprattutto nei momenti più delicati, ma anzi si riduce a mero rivenditore di prodotti speculativi è un sistema di cui non abbiamo bisogno.
  8. Il sindacalismo è una cosa seria e non può essere lasciato a chi batte le mani a Draghi. L’attività sindacale in Italia si è ridotta, nella maggior parte dei casi, alla creazione di bacini elettorali ad uso e consumo di questo o quel partito. Nella crisi Embraco si sono susseguite infinite dichiarazioni di sdegno, di lamentela e di preoccupazione ma mai una vera denuncia nei confronti dei veri colpevoli e delle vere cause.
  9. L’Italia deve ripartire dall’unione degli interessi di capitale e forza lavoro. L’articolo 46 della Costituzione in tema di partecipazione dei lavoratori alla gestione delle aziende è la grande promessa disattesa del nostro ordinamento. Il lavoratore non si può considerare un semplice ingranaggio nel ciclo produttivo: al contrario, ne è l’elemento fondante e indispensabile. Per questo motivo, nell’ottica di dare vita ad una nuova civiltà del lavoro, bisogna creare tutte le premesse affinché i lavoratori possano finalmente ricoprire un ruolo decisivo nelle sorti delle imprese e possano partecipare alla suddivisione degli utili delle stesse. Contestualmente, è necessario introdurre delle norme che vadano a colpire amministratori e proprietari che chiudono aziende e stabilimenti non per motivi di crisi oggettiva ma perché spinti dalla speculazione.

Probabilmente nel 2017 avremmo comunque assistito all’abbandono di Whirlpool, ma con questa dottrina economica non avrebbe avuto vita così facile nel farlo. Soprattutto oggi non avremmo 400 operai, con le loro famiglie, in mezzo ad una strada. Noi siamo pronti a dare battaglia affinché questa visione diventi il riferimento principale dell’Italia; gli altri evidentemente no.